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Omeopatia e fitoterapia sono la stessa cosa, vero? NO!!!

“il mio bambino non dorme, mi può consigliare qualcosa da dargli?”
“beh il tiglio o la camomilla sono ideali”
“ma sa, la camomilla omeopatica gliel’ho data quando crescevano i dentini e non gli ha fatto niente..”

Chi mi conosce sa che nella mia mente si è acceso un neon gigante con la scritta “E GRAZIE!” che casinò di Las Vegas spostati. Ma perchè? La questione fondamentale è che in giro c’è un’enorme confusione tra fitoterapia ed omeopatia. Oggi voglio portarvi in questo viaggio con tappe di storia, chimica, e la nostra immancabile erboristeria!

Che cos’è l’omeopatia?

L’omeopatia è una pratica di medicina alternativa che nasce all’inizio dell’Ottocento, in Germania, dal genio di Samuel Hahnemann. Il principio che sta alla base di tutto è che “il simile cura il simile”. Quindi, una malattia si può curare con una sostanza che, nella persona sana, è in grado di indurre la stessa malattia.

fondatore-omeopatia
Christian Friedrich Samuel Hahnemann
(Meissen, 10 aprile 1755 – Parigi, 2 luglio 1843)

Come nasce un rimedio omeopatico

Dopo aver individuato la sostanza in questione, che può essere di origine vegetale, animale o minerale, si realizza un estratto. Si fanno poi diverse centinaia di cicli di diluizione e dinamizzazione (agitazione). A seconda del tipo di diluizione che si decide di adottare, ad ogni ciclo viene prelevata una parte di estratto e viene inserita in 99 parti di acqua ottenendo una diluizione 1:100 (il numero di diluizioni è seguito da “CH”) o in 9 parti nel caso di una diluizione 1:10 (indicata con “D”) e agitata (dinamizzata). Da qui il secondo pilastro su cui si basa l’omeopatia, secondo cui più una soluzione è diluita, più agirebbe “in profondità”, visto che l’acqua, venendo in contatto con la sostanza estratta, manterrebbe una memoria di quest’incontro, di cui esplicherebbe le proprietà salutistiche. Questa soluzione viene poi generalmente spruzzata su grani di zucchero (lattosio o saccarosio e lattosio).

Mannaggia ad Avogadro!

Avogadro
Amedeo Avogadro
(Torino, 9 agosto 1776 – Torino, 9 luglio 1856)

Tutto molto bello, se non fosse per il fatto che quasi nello stesso periodo, un certo Amedeo Avogadro, facendo alcuni esperimenti sul comportamento dei gas, ha rotto le uova nel paniere al nostro Hanemann, arrivando a formulare il principio che porta il suo nome, secondo cui “volumi uguali di gas diversi nelle stesse condizioni di temperatura e di pressione contengono lo stesso numero di molecole”. Tralasciando la simpatia delle leggi dei gas, questo ha portato alla definizione del concetto di mole.

La mole è la quantità di sostanza che contiene un numero di particelle elementari uguale al numero degli atomi presenti in 12 grammi di 12C.

Sapendo che la massa atomica del carbonio è 12u, e, ad esempio, quella dell’ idrogeno è 1u, vediamo che la massa dell’atomo di carbonio è 12 volte più grande di quella dell’idrogeno. Quindi, visto che questa differenza di massa persiste anche se prendo 1000 atomi degli stessi elementi, posso dedurre che in 12g di carbonio e in 1g di idrogeno ci sia lo stesso numero di atomi. E infatti è così: questo numero è pari a 6,02214179 · 1023, ed è detto proprio numero di Avogadro.

Tornando all’omeopatia

Nel momento in cui faccio una diluizione 1:100 12 volte di fila, vuol dire che sto diluendo la parte prelevata inizialmente 10012 volte, quindi 10 seguito da 24 zeri volte. Questo vuol dire che dell’estratto iniziale mi rimane chimicamente meno di un atomo o di una molecola. Dal momento che gli atomi sono indivisibili, vuol dire che o un atomo c’è, o, più credibilmente, non c’è proprio! Se poi teniamo conto del fatto che questa soluzione vien poi spruzzata su dei granuli di zucchero e fatta asciugare, vediamo che della soluzione iniziale non ci rimane proprio niente!

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Se vi siete persi coi conti, vi lascio il video di Dario Bressanini, che spiega benissimo le diluizioni usate in omeopatia!

Ma questa è un’altra storia..!

Quando parliamo di fitoterapia ed erboristeria, ci riferiamo a un’Arte tradizionale. In fin dei conti è la nonna della Farmacia e della Medicina. In questo caso la materia prima di partenza è quasi sempre vegetale. Quando guardi una pianta, prova a immaginare ogni sua parte come un piccolo laboratorio chimico a sè stante. Tutti sono collegati e tutti hanno un unico fine: vivere e propagare la specie. L’insieme delle molecole prodotte dai diversi distretti è detto fitocomplesso. Ciascuna parte ha un suo compito:

  • le radici fanno provviste di energie per i momenti di magra e scambiano acqua e nutrienti col suolo;
  • il fusto trasporta i nutrienti al resto della pianta;
  • le foglie sono dei trasformatori: a partire dall’anidride carbonica captata dall’ambiente trasformano l’energia della luce solare in energia chimica, impacchettandola in molecole di zucchero;
  • i fiori sono gli organi riproduttivi della pianta, si fanno notare coi loro bei colori e profumi e danno forma ai semi. Questi, una volta dispersi, daranno vita a una nuova pianticella.

Per ogni laboratorio si distinguono due mansioni principali: il funzionamento dell’organismo pianta atto unicamente alla sopravvivenza, il metabolismo primario, e un complesso sistema chimico di comunicazione con il mondo esterno, il metabolismo secondario. Per fare un esempio: il glucosio prodotto dalla fotosintesi nelle foglie serve come fonte di energia per l’accrescimento, la formazione di nuove foglie e fiori, mentre l’olio essenziale prodotto dai fiori di lavanda serve per farsi notare dalle api per agevolare l’impollinazione dei fiori.

api

Dalla pianta al fitoterapico

Il fatto di avere una densa varietà di composti è la differenza principale con il farmaco, che di molecola ne contiene generalmente una sola. Quello che viene usato per formulare un fitoterapico è un estratto della pianta, fatto con il solvente più adatto a ricavare le sostanze di nostro interesse. Qui le molecole ci sono, eccome! Anzi, alcuni estratti sono addirittura detti titolati, cioè contengono la o le molecole che si ritiene abbiano il maggiore effetto biologico a una quantità ben precisa.

Piccola nota fondamentale: pur avendo origini empiriche, il “curarsi con le erbe” rimane al passo coi tempi. Ci sono tantissimi studi pubblicati che indagano gli effetti biologici degli estratti erbali. Ci tengo tanto e li trovi sempre citati alla fine di ogni mio articolo! Ti ricordi? Leggi il mio primo articolo di introduzione qui.

Occhio all’interazione!

Proprio per il fatto che le molecole contenute nelle piante hanno un effetto biologico, bisogna stare attenti a scegliere un integratore se si stanno prendendo farmaci. Se una persona segue una terapia per l’ipertensione e prende un integratore a base di olivo e biancospino, l’effetto si sommerà a quello del farmaco e provocherà un abbassamento eccessivo della pressione. Ci sono però delle interazioni che non sono così intuitive. L’esempio più famoso è senz’altro l’iperico, che interagisce con il sistema di detossificazione del fegato e va ad alterare l’effetto e la permanenza di molti farmaci nel nostro corpo. Tra questi i principali sono pillola anticoncezionale, psicofarmaci, immunosoppressori, e diversi farmaci usati in ambito cardiologico. Vi pare poco?

Per approfondire

  • https://it.wikipedia.org/wiki/Omeopatia
  • https://it.wikipedia.org/wiki/Samuel_Hahnemann
  • Wohlleben P. – La Vita Segreta degli Alberi – Cosa mangiano. Quando dormono e parlano. Come si riproducono. Perché si ammalano e come guariscono, 2016, Macro Edizioni
  • Cosmacini G., L’arte lunga – storia della medicina dall’antichità a oggi, 2011, Laterza
  • Categoria dell'articolo:Articoli
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